Yves Dana
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Il luogo di nascita a volte può determinare un destino, preconizzare un talento.
Non è forse casuale allora che Yves Dana sia nato ad Alessandria
d’Egitto, culla culturale dell’antichità, emblema con la sua Biblioteca perduta della
sapientia maxima e non è un caso che dopo una quarantina d’anni
l’artista ritorni in quel luogo appropriandosi di una memoria che non è più
solo racconto biografico, ma narrazione universale, cosmica, finanche biblica.
Le serie delle Steli che seguono al soggiorno egiziano del 1996 divengono monoliti dal linguaggio ideografico, che nel mutare e nell’erodersi del segno tradiscono un’origine archetipica, simbolica, quasi fossero obelischi fattisi tabulae di scrittura automatica, verbo dell’inconscio.
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Tale ispirazione si commistiona armonicamente alla formazione europea: dopo gli studi in Sociologia, Dana si diploma all’Accademia di Belle Arti di Ginevra e dal 1984 sceglie come medium espressivo esclusivo la scultura nei differenti materiali del ferro, del bronzo e della pietra.
La città di Losanna riconosce ufficialmente le qualità dell’artista facendogli dono di un atelier, l’Orangerie, mentre aumentano esponenzialmente le mostre in Svizzera, alle quali seguono le importanti personali a Tokio nel 1991 e a Neuchâtel nel 1996.
L’anno successivo durante il soggiorno alla Fondazione
Bogliasco vicino Genova finisce il ciclo delle Steli.
Dal 1997 Dana lavora principalmente con la Galleria Ditesheim che lo presenta
ogni anno ad eventi internazionali d’arte contemporanea, in particolare l’Art Bâle
e la FIAC di Parigi. Nel 1999 inizia la serie di opere dedicate all’Esodo,
in granito nero del Belgio. Ultima in ordine temporale l’esaustiva esposizione a Bilbao del 2004.



