Inaugurazione del percorso artistico di Étroubles
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Elisabetta Pozzetti ha illustrato le opere.
"Molti mi chiedono quale sia il filo conduttore che lega in un unico percorso artisti e opere
tanto diversi tra loro. Ebbene, il comun denominatore è il viaggio, un pellegrinaggio ideale e reale che
nei secoli ha visto protagoniste queste terre di passaggio per i pellegrini che valicavano le montagne.
Il viaggio come strumento di conoscenza e ricerca interiore: ed ecco il Viandante di Sergio Zanni.
In riposo di fronte alla maestosità della natura: Il Viaggiatore sedentario di fronte al Grande,
di Andrea Granchi. La presentazione dell’opera è stata enfatizzata dalle note di brani
di Bach e Paganini eseguiti al violino dal figlio dell’artista, Giacomo, violinista.
Il dialogo multietnico e il bisogno di accoglienza tipici delle migrazioni di ieri e di oggi si ritrovano
nel Viandante di Speranze di Assaf Mekhtiev, icona dell’errante in cerca di patria. Al
suo interno, come un cuore pulsante, una sfera in legno di tiglio dipinta dalla figlia Voussala.
Ma il viaggio oggi è tecnologia, velocità, comunicazione. E allora la scultura di Albert Féraud,
capiente parabola di suoni e voci, di suggestioni e visioni. Densa d’ironia, come Il Viaggio
di Alberto Gambale che realizza per il pellegrino moderno una fiammante auto blu, come il cielo,
il mare e l’immmensità dei sogni. Pesa 500 kg, ma pare esile e gioiosa.
E di sospensione come ascetica elevazione e anelito spirituale si può parlare per le opere degli svizzeri
Hans Erni e Yves Dana. Il primo spicca il volo grazie a un Pegaso furtivo e ribelle
trattenuto nel segno di Erni che ne cattura l’indomita forza. La Stele III di Dana ci riporta
all’antichità. La sua scultura in bronzo patinato pare un monolite lapideo. Anche Guido Magnone
erge un menhir votivo al Gran San Bernardo: il suo Genio della Montagna è l’omaggio
di un alpinista mosso da un rispetto quasi religioso.
Carlo Brenna con la sua opera Esaltazione dell’Io ricorda la sosta di Napoleone a
Étroubles il 20 maggio 1800, prima della storica battaglia di Marengo. Il tema della guerra compare anche
nell’opera Guerra e Pace di Salvatore Sebaste, un obelisco policromo nel quale si avvicendano
figure antropomorfe in lamiera di ferro, in un crescendo formale ritmico a rappresentare la compresenza nella
natura umana di spinte e sentimenti contrapposti: il sentimento bellicoso e quello riappacificatore, la conquista e
la convivenza, la violenza e il perdono.
La Landzetta di Siro Viérin riproduce la tipica maschera carnevalesca dell’Alta Valle del Gran San Bernardo, realizzata in un unico blocco di legno di castagno. Un altro scultore aostano, Giulio Schiavon ci offre, invece, un accordo armonico di linee geometriche e variazioni cromatiche usando moduli lignei della stessa specie - il larice - ma di differenti età. Il suo Postiglione attinge dall’immaginario comune una delle figure più amate: il postino che ancora all’inizio dello scorso secolo, recapitava le lettere annunciandosi a suon di corno a cavallo di una mucca. Altro referente fondante la cultura locale è Maria Assunta in cielo, alla quale è dedicata la chiesa parrocchiale, celebrata nel quadro Sur Étroubles avant tous Marie est passée di Évelyne Otis Bacchi ospitato nella stessa chiesa. Le opere Masques e Personnage Révant di Norbert Verzotti testimoniano l’affetto che l’artista provava per questi luoghi. Le opere si basano sulla scomposizione delle figure in blocchi a campitura piatta, accostati e in talune parti sovrapposti, memori di un cubismo decantato che si fa lirica suggestione.
L’operazione culturale di Franco Balan e Chicco Margaroli si addentra ancora di più nel tessuto culturale di Étroubles, reinventando i numeri civici il primo, riscoprendoo la tradizione del courtì -l’orto- la seconda. Per ogni casa, Franco Balan immagina il numero ideato sulle trasparenze del vetro colorato su un supporto metallico. La Margaroli cuce pittoricamente sulla parete un germoglio che, generandosi dal tridimesionale steccato in ferro, passa nelle asole, moltiplicando la fioritura e la tipologia delle foglie, tutte diverse e rappresentative delle colture praticate nei piccoli orti del paese. Quanto questa tradizione -sconosciuta ai giovani- sia radicata nella cultura antropologica locale lo testimonia la poesia in patois di Anaïs Ronc Désaymonet, scritta con la grafite sulla parete. A voler sottolineare il coinvolgimento affettivo e il naturale avvicendarsi dei ritmi naturali, l’artista ha affiancato all’opera un video complementare, realizzato con il supporto del fotografo Giusto Vaudagnotto i cui fotogrammi ricompongono lo scandire fenomenico della natura e del tempo."
Testi di Alessandro Parrella,
Elisabetta Pozzetti, Paola Ugliano;



