Marcel Imsand - Luigi Le Berger
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Settembre, andiamo. È tempo di migrare.(...)
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
(I PASTORI - Gabriele D’Annunzio - Alcyone)
Così, nel 1904 la poetica dannunziana cantava il sacrificio che periodicamente compivano i pastori, un mestiere ancora molto praticato in quell’inizio secolo, tramandato di padre in figlio, con un addestramento che iniziava in tenera età.
La transumanza era una pratica diffusa nell’Italia contadina: comune in tutta la penisola, si svolgeva in tempi e con caratteristiche diverse, secondo la latitudine. Dagli appennini si raggiungevano i pascoli lungo le coste, come descritto da D’Annunzio; nelle zone alpine si raggiungevano gli alpeggi in estate, salendo fin dove la neve, sciogliendosi, scopriva l’erba tenera, e si attraversavano le foreste nel periodo più freddo dell’inverno, tra novembre e marzo.
Il fenomeno era talmente diffuso, fin dalla preistoria, da essere regolamentato da leggi e accordi fra Regioni e Stati, con appositi trattati durante i conflitti.
Un fenomeno fortemente ridotto dopo il secondo conflitto mondiale, a causa dell’industrializzazione e dell’inurbamento che hanno offerto nuove possibilità di lavoro e sottratto pascoli, e dell’introduzione di nuove tecnologie e forme di meccanizzazione in ambito agro-pastorale.