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Giulio Schiavon

(pag 1/5)

Cinque modi per dirlo

All’inizio ci sono due innamorati, due busti innestati su un unico tronco che raccontano l’amore come simbiosi bella e terribile, come radice comune di volontà e desiderio. Ma sarà vero? Un guerriero Masai vede, tace e forse non acconsente. Porta infissa nella sua ieratica eleganza il distacco un pò banale dei saggi di ogni dove e chissà se capisce davvero. Probabile che sia la donna color dell’ebano a saperne di più, per via dell’affetto vissuto ogni giorno a colpi di acqua da raccogliere nel pozzo e distribuire agli assetati.
Si chiama accudimento quello speciale frammento di discorso amoroso che ha il colore giallo del miele e la quotidiana dolcezza dei gesti ripetuti.

Schiavon nella Galleria Parrellarte

E i musici che dicono? Svagati artisti di strada, pensierosi flautisti che abitano l’Olimpo o il celeste Empireo, suonatori di Brema o della calda terra africana, indifferenti alle passioni umane eppure sobillatori instancabili dei desideri, buoni o cattivi, che agitano i cuori, cosa mai avranno da commentare? Cantano, credo, celebrano l’amore come pastorelli arcadici tutti presi dal suono commovente della propria lira e della propria voce. Narcisi, certo, come i pittori, gli scultori, i poeti di ogni tempo e luogo, eppure cosė assurdamente necessari a noi tutti che non sappiamo veramente comprendere le emozioni senza qualcuno che ci aiuti anche solo a riconoscerle. Bastano un tramonto, un chiaro di luna, la risacca del mare, una teoria di nuvole che rotolano sulle cime delle montagne o non serviranno anche strazianti violini, calde parole, immagini disegnate che fissano su carta lo story board delle nostre personalissime vicende esistenziali, per farci dare un nome ai sentimenti che proviamo? Chiediamolo al cavallo stramazzato al suolo, al suo tirare calci all’aria per cercare l’equilibrio perduto e forse ci dirà quali sono le formule giuste o possibili per dare forma all’indicibile.

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