Giulio Schiavon
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Da artisti come Calder o Baj ho preso il gusto della trasfigurazione marionettistica che non è, però, mai fine a se stessa o derivata dal solo desiderio di inventare e di stupire, ma sfocia spesso e volentieri nel grottesco, nella satira sociale, nella denuncia politica. Quando, ad esempio, la regista Agnese Molinaro mi ha chiesto di contribuire con una installazione alla scenografia del suo spettacolo Anime ferite, dal momento che la guerra era al centro della rappresentazione e di ogni fatto bellico, di ogni ingiustificabile ricorso alle armi, nel passato e nel presente, si intendeva, per l’appunto, denunciare l’insensatezza, l’orrore, la violenza indiscriminata, ho realizzato un circo mobile, un circo infernale in cui le vittime dei campi di sterminio nazisti e i loro aguzzini si proponevano come archetipi, come simboli terribili e universali del male che gli uomini hanno sempre, purtroppo, saputo incarnare.
Negli ultimi anni non ho abbandonato la strada tracciata dalle Avanguardie, ma, com’è naturale col passare del tempo, ho percepito sempre più acutamente l’esaurirsi degli schemi formali adottati soprattutto da scultori come Arturo Martini o Marino Marini. I linguaggi e persino gli atteggiamenti etici ed esistenziali dei maestri del nostro recente passato artistico nazionale non riuscivano più a coinvolgermi e ad emozionarmi come prima, si erano in qualche modo sedimentati nella mia quotidiana esperienza creativa, ma rappresentavano ormai solamente uno strato profondo, anche se fondamentale, della mia coscienza e della mia prassi artistica.
Per scoprire nuovi orizzonti espressivi sono, per cosi dire, transitato attraverso la musica. Il "rivoluzionario" Stravinsky mi ha indicato la via per recuperare antichi motivi estetici, magari barocchi, e inverarli in un linguaggio plastico moderno. Nella scultura la riscoperta di Brancusi, la rilettura della sua esperienza artistica mi ha consentito di allontanarmi da ogni possibile esotismo e di affrontare con rinnovato spirito antropologico temi e soggetti tratti da un "altrove" culturale e iconografico, già caro ad artisti come Gauguin o Picasso, che ai nostri giorni si impone, però, come elemento fondamentale di quella contaminazione di codici senza la quale, a mio avviso, non si dà più nessuna comunicazione artistica significativa.
